INTERVENTO DI MAGNANI AL VII CONGRESSO PROVINCIALE DELLA FEDERAZIONE COMUNISTA REGGIANA*
Con questa mia relazione ho adempiuto, compagni, al mandato che, attraverso al Comitato federale uscente, mi è stato da voi affidato come Segretario della vostra federazione. Debbo però ancora dire qualche cosa, non più a nome del Comitato Federale o della Segreteria, ma a titolo del tutto personale come semplice compagno. Lo Statuto e i principi del centralismo democratico che reggono il nostro partito impegnano, soprattutto un dirigente, a non fare e dire nulla che possa eventualmente suscitare discussioni che non contribuiscano all’unità e alla compattezza del partito.
E così mi sono comportato.
Ma qui in sede di Congresso è dovere di ogni compagno di contribuire sinceramente, secondo la propria esperienza, all’ulteriore elaborazione e al chiarimento della politica del partito. E alcune osservazioni io sento, dopo lunga meditazione, il dovere di fare. Vi prego di ascoltarle e di discuterle, se crederete, con l’animo e con le intenzioni con cui le porto come mio contributo al Congresso: far sì che l’unità della classe operaia e, intorno ad essa, di tutti i lavoratori italiani sia sempre più vasta, più profonda in modo da assolvere il suo compito nazionale di classe dirigente che, attraverso la lotta, garantisca la pace all’Italia, I’ instaurazione del socialismo che porta benessere e dignità all’uomo.
Le mie considerazioni partono da una constatazione intorno all’atmosfera che si è venuta sempre più determinando in questi ultimi anni nella vita del partito. Un partito, voi lo sapete bene, non è soltanto nei suoi programmi e nei suoi statuti.
Esso è nel complesso di relazioni che si costituiscono tra i suoi componenti, nella possibilità e nella sincerità delle discussioni che si fanno, oltre che nell’entusiasmo e nella solidarietà reciproca specialmente nei momenti di più acuta lotta. Vi è una atmosfera che si forma direi, storicamente, per le tradizioni che si ereditano, per le lotte combattute insieme, per gli ideali comuni che danno appunto la piattaforma che rende concreta, proficua la discussione. Spesso anche nei documenti di partito si lamenta la poca partecipazione ai dibattiti politici più importanti specialmente negli organismi di base e non soltanto in quelli. Gli interventi si limitano a dettagli di esecuzione o ripetono meccanicamente le direttive. Ciò è comprensibile ed è bene che sia nei momenti di esecuzione quando tutto è affidato all’urto delle forze come in una lotta armata, nel momento e negli organismi che in essa sono impegnati. Ma quando per un periodo abbastanza lungo il problema fondamentale è l’unità è politica della classe operaia dei lavoratori e di tutto il popolo ciò rende più debole l’azione del partito. La linea del partito è accettata meccanicamente, non si osa fare obbiezioni, che restano però nella mente e l’unità diventa superficiale. «Nelle organizzazioni di base del partito la vita politica è ancora scarsa», diceva il compagno Togliatti nel suo recente rapporto al Comitato Centrale. Il fatto è che è assai più facile che due o tre compagni, parlando insieme, esprimano delle perplessità o addirittura delle opinioni contrarie quelle ufficialmente affermate piuttosto che tali perplessità ed opinioni vengano dibattute in seno di partito. Si forma così l’opinione che ha più importanza quel che non si dice da parte di un dirigente piuttosto che quel che si dice in modo che le proprie opinioni, ad esempio sul problema della pace e della guerra, che è il problema più importante di ora, siano quelle giuste anche se diverse da quelle dette dal partilo. Si attua così un modo caporalesco di direzione ed un’atmosfera che oscilla tra l’entusiasmo di massa, in certe manifestazioni, e l’intimidazione sul singolo nella vita interna del partito. Vi chiederete ora se io vado facendo delle osservazioni più o meno giuste che esprimano una specie di insofferenza personale rispetto alle necessità della vita di un organismo collettivo. Se fosse così non avrei nemmeno iniziato questo mio intervento. Bisogna chiedersi se vi è una ragione politica a questo stato di cose. Una ragione politica a mio parere vi è, ed è inerente alla situazione così grave, internazionale e nazionale, che si è venuta formando e alla chiarificazione della linea del partito di fronte ad essa.
Vi è una opinione, abbastanza diffusa tra i compagni, che la rivoluzione possa fare un passo in avanti soltanto con la guerra e bisogna dire che questa opinione è abbastanza tollerata nel nostro partito e farebbe come parte delle cose che non si dicono cui accennavo prima.
La campagna per la pace sarebbe soltanto per alcuni una specie di copertura. Si pensa cioè, né più né meno, che nell’ attuale fase di lotta nel mondo la rivoluzione può vincere solo sulle baionette di un esercito che oltrepassi le nostre frontiere. So bene che questi compagni pensano all’Armala Rossa o alle forze delle Democrazie popolari, forze cioè che sole creano le condizioni – per la loro esistenza e funzione davanti all’imperialismo americano – ai popoli coloniali e alle classi operaie soggette dei paesi capitalistici di lottare vittoriosamente. E so bene che essendo in atto un attacco, un’aggressione militare da parte dell’imperialismo americano che interessi in qualche modo il nostro territorio o rivolgendosi contro noi o contro i paesi del socialismo noi siamo per la solidarietà con l’attaccato e la lotta contro l’aggressore. Credo anche che, seguendo i principi della nostra dottrina e dirigendo la sua politica allo stabilimento della pace, l’Unione Sovietica non oltrepasserebbe se non per un attacco ai paesi del socialismo, le nostre frontiere o le frontiere di altri paesi.
Ma resta pur sempre l’opinione che la via delle frontiere nostre oltrepassate dall’Armata Rossa, senza che noi siamo attaccati da altri, rappresenti una possibile via di avanzala del movimento operaio in Italia senza che sia chiarito ciò che di tale opinione noi pensiamo. Anzi affermazioni isolate come quelle «Noi non combatteremo mai contro l’URSS» possono proprio lasciare incertezze circa le vie della rivoluzione proletaria nel nostro paese. Potreste pensare che mi occupo di ipotesi impossibili e quindi senza interesse. Ma quell’opinione che la rivoluzione può vincere solo sulle baionette di un esercito che oltrepassi le nostre frontiere che cosa rappresenta ora? Si considera la guerra come inevitabile e ciò è un grave errore che pregiudica tutta la lotta per la pace. Si sottovalutano le forze e le capacità della classe operaia italiana e si resta in attesa soltanto di forze dall’esterno che risolvano la situazione e ciò è un altro errore.
Si rende impossibile una più vasta unità della classe operaia e del popolo e ciò è un’altra grave conseguenza.
Si deve affermare in modo chiaro che le vie del rinnovamento democratico che noi propugniamo e che si fondano sulle forze del lavoro sono vie che, pur legate alla situazione internazionale, per cui l’URSS è la forza che rende possibili le lotte di liberazione delle classi oppresse, puntano sulla pace e sulla capacità e forza della classe operaia italiana. Solo un’aggressione imperialista può forzatamente cambiare questa strada.
La questione è quali debbono essere le forze propulsive e direttrici della rivoluzione democratica in Italia. E’ chiaro che è impossibile concepire una vittoria oggi dei lavoratori fuori dell’azione che internazionalmente e esercita l’Unione Sovietica contro l’imperialismo capitalista e l’aiuto quindi alle classi operaie cli tutti i paesi. Ma noi non siamo qui a fare previsioni sulla « gran giornata della vittoria » come, nel legittimo entusiasmo davanti alle prospettive del movimento dei lavoratori, si esprimono i compagni. Come e quando essa sarà nessuno potrebbe onestamente prevedere. Noi siamo qui a discutere la funzione del nostro partito oggi nella nostra comunità nazionale. Dobbiamo affermare che, nel quadro internazionale che ci è noto, noi consideriamo classe dirigente del movimento operaio italiano la classe operaia italiana. Questo è l’elemento che inserisce il movimento operaio nella questione nazionale che consiste appunto nell’affermazione che solo la classe operaia, come classe dirigente, può attuare l’unità nazionale e l’indipendenza che solo su essa può venir fondata. E’ la classe operaia che eredita tutti gli elementi positivi, progressivi della nostra storia, negati oggi dal capitalismo al potere, servo dell’imperialismo americano. Ed essa va avanti nella sua lotta secondo le esigenze nazionali della nostra storia, della nostra particolare stratificazione sociale.
In che posizioni politiche si traducono oggi queste considerazioni? Il compagno Togliatti, nel grande discorso programmatico ciel V Congresso traduceva molto bene a mio avviso in termini politici relativi alla posizione dell’Italia i rapporti tra classe operaia e questione nazionale. A proposito dell’orientamento generale di politica estera diceva: «Noi non crediamo che l’Italia debba fare una politica di amicizia verso l’Unione Sovietica per motivi ideologici. In genere le ideologie. non vengono prese in considerazione quando si tratta della politica estera. Dobbiamo fare una politica di amicizia verso l’Unione Sovietica per motivi nazionali e per tener fede a una tradizione di difesa dei nostri interessi». Ancora nello stesso discorso, a proposito di un problema di politica estera, la questione di Trieste come si presentava allora: « La classe operaia non può pensare di poter risolvere la questione della vittoria della democrazia e nemmeno quella della vittoria del socialismo staccandosi dalla comunità nazionale. Non si rende democratico un paese così come si mangia un carciofo, staccandone una foglia dopo l’altra per aggregarla a una comunità più democratica ». Come si traduce oggi, nell’attuale situazione politica il rapporto tra classe operaia e questione nazionale ? Ricordiamoci che la grande forza del nostro partito viene dal suo inserimento nella vita nazionale attraverso la guerra di liberazione. A quei compagni che hanno dato la vita in essa e che hanno in essa sacrificato e offerto vada la nostra imperitura riconoscenza. Là stanno i presupposti, gli ideali della nostra azione: fusione tra rivendicazioni sociali delle classi oppresse, indipendenza e libertà, fusione che realizza l’unità nazionale intorno ai lavoratori, forza attiva e dirigente della storia dell’Italia. Che cosa rappresenta allora l’opinione di quei compagni che pensano a una possibile via della rivoluzione attraverso baionette straniere? E’ un errore politico. Noi dobbiamo allora dichiarare che, ove l’Italia
non sia attaccata e quindi in stato di guerra, i comunisti non considerano via della loro rivoluzione democratica il passaggio delle frontiere di un esercito straniero che invada il nostro territorio, da qualunque parte esso venga e che sono per la difesa del territorio nazionale. Non è, compagni, che io consideri un possibile varcare delle frontiere da parte di eserciti socialisti. E’ l’orientamento che da tale prospettiva deriva, è la concezione che in tal modo ci si forma del rinnovamento attraverso la lotta della classe operaia che è sbagliato; tende a rendere il partito un corpo estraneo alla vita nazionale, rende impossibile il problema fondamentale delle alleanze attraverso le quali si crea l’unità nazionale, sotto la direzione dei lavoratori, considera lo sviluppo rivoluzionario come qualcosa che viene da di fuori e non è inerente allo sviluppo dialettico della lotta di classe nel nostro paese. Richiamo la vostra attenzione, compagni, sulla questione che pongo davanti al congresso. II momento nazionale e internazionale è teso, facile a sviluppi importanti e rapidi, in un senso o in un altro. Per chiarezza ho presentato un ordine del giorno che presento alla presidenza e sul quale chiedo che il Congresso si pronunci.
L’o.d.g. dice:
«Il VII Congresso della Federazione Comunista Reggiana, mentre ravvisa nell’adesione del Governo De Gasperi al Patto Atlantico un atto contro l’indipendenza dell’Italia e di complicità con la politica aggressiva di oppressione dei popoli dell’imperialismo americano, già in atto con la guerra in Corea
conferma
l’opposizione dei comunisti, con tutti i mezzi costituzionali, a tale politica reazionaria, dovuta alla difesa dei privilegi di classe dell’attuale governo; politica che costituisce una minaccia alla pace dell’Italia e un incentivo alla guerra contro l’URSS;
saluta
commosso e in cordoglio i caduti e i colpiti durante le manifestazioni contro la politica atlantica, in occasione della visita di Eisenhower, vittime della violenza antidemocratica e dell’asservimento dello attuale governo allo straniero;
dichiara
che comunisti, partigiani conseguenti della pace, si opporranno con tutte le loro forze a iniziative di aggressione che partano dall’Italia;
riafferma
la politica di rinnovamento nazionale dei comunisti conseguente al particolare sviluppo storico dell’Italia nel quadro della solidarietà internazionale dei lavoratori contro l’oppressione capitalistica;
dichiarando
che, pur convinti che i principi della loro dottrina non porteranno ad una aggressione da parte dell’URSS, essi sono per la difesa del territorio nazionale contro un esercito che da qualsiasi parte, non essendo attaccata l’Italia, varcasse le frontiere e invadesse il paese, riconoscendo che la rivoluzione democratica della classe operaia si fonda, con la solidarietà delle forze socialiste nel mondo, sulla capacità, sullo sviluppo della classe lavoratrice unica capace di realizzare, in questo periodo storico, l’unità nazionale».
