PALMIRO TOGLIATTI – CETO MEDIO E EMILIA ROSSA
(Reggio Emilia, 24 settembre 1946)
Cittadini di Reggio, i dirigenti della Federazione comunista della vostra città, approfittando di queste due giornate di mia permanenza tra di voi in occasione della conferenza di organizzazione del nostro partito, mi hanno invitato a parlarvi su un tema che hanno voluto formulare così: “Il Partito comunista e il ceto medio”. In verità non so se questa sera mi atterrò strettamente a questo tema, il quale è vasto, complicato, e difficile assai. Più difficile ancora di quanto non sia lo rendono poi coloro che ne trattano partendo da arbitrarie considerazioni che non so se chiamare ideologiche o filosofiche, e che certamente sono astratte, cioè lontane dalla realtà delle cose. Secondo costoro – e anche nelle file di partiti assai vicini al mio vi è chi si diletta di questi giuochi – vi sarebbe “ceto medio” là dove si crede a certe idee o si rimane fedeli a certe affermazioni o posizioni di principio: all’idea della libertà, al principio della uguale dignità di tutte le persone umane, e così via. Anche tra coloro che giustamente cercano di definire il “ceto medio” partendo da un concreto esame delle condizioni sociali e dei rapporti di classe, vi è chi finisce per porsi nella stessa scia, in quanto attribuisce ai gruppi che definisce o classifica come “intermedi” una stessa posizione ideologica.
Questo modo di porre la questione del “ceto medio” ha una radice storica. Esso ci richiama ai tempi in cui con questo termine si indicava la classe borghese [1], e la classe borghese di quei tempi, affermantesi in seno alla società feudale e in lotta contro di essa, veramente si presentava come portatrice di nuovi valori universali, tanto di cultura, quanto politici e morali. Ma il periodo in cui la classe borghese era portatrice di valori universali è finito da un pezzo: direi ch’è finito dal momento in cui, chiusa la serie delle grandi rivoluzioni borghesi vittoriose, si è sviluppato il movimento socialista, e portatori di nuovi valori universali si sono presentati i gruppi sociali che sono la base di questo movimento. Oggi si può bensì affermare che determinate posizioni ideali e determinate affermazioni di principio abbiano un valore particolare per definire la posizione politica di certi gruppi di intellettuali, più addestrati a seguire il corso delle idee che a scoprire la relazione che passa tra queste e la realtà dei rapporti sociali; si può anche costatare come la parte generale, e per così dire ideale, dei programmi politici, abbia un particolare valore per quegli strati intermedi cittadini che più sentono la influenza delle correnti di pensiero, per cui sembra alle volte (ma non è vero) che non la loro posizione nella società, ma soltanto la loro coscienza determini il loro movimento, ammesso tutto questo, però, è un madornale errore storico e politico attribuire al cosiddetto “ceto medio” il regno delle idee o dei princìpi universali, così come Arrigo Heine attribuiva ai tedeschi il regno delle nuvole, mentre di queste idee universali sono assertori, a volta a volta, nei differenti periodi storici, quei gruppi sociali, quei partiti politici o quegli uomini che si collocano alla punta del combattimento per il rinnovamento rivoluzionario della società e degli Stati.
La cosa più buffa, poi, è quando questo errore storico viene commesso proprio da uomini che dicono di essere ancora “socialisti”. O non fu merito proprio del socialismo quello di aver fatto penetrare nell’animo degli operai e di tutti gli uomini che vivono del loro lavoro la coscienza di essere, da un lato gli eredi di tutto quanto l’umanità ha creato di buono e di grande nel corso del suo cammino secolare tanto nel campo delle conquiste materiali quanto nel campo spirituale, e dall’altro lato di avere la missione di guidare tutta l’umanità alla creazione e alla conquista di nuovi valori?
Valeva la pena di essere arrivati al 1946, a quasi cento anni dal Manifesto dei comunisti, e di aver vissuto due volte in una generazione la tragica esperienza del crollo della borghesia come classe dirigente e come portatrice di valori umani, per sentirsi dire che dovremmo andare, noi socialisti e comunisti, a scuola di “idee generali” proprio dalla Mittelklasse cioè dal ceto medio borghese.
Mi asterrò quindi dal trattare il tema che mi è stato fissato secondo il consueto schema ideologico che ritengo non rispondente alla realtà e mi sforzerò invece di avvicinarmi a questo tema come uomo politico, con la mente fissa ai contrasti sociali e politici che si svolgono oggi nel nostro paese, adoprandomi cioè di rimanere aderente alla realtà della nostra vita nazionale, anzi, della vita stessa della vostra regione e della vostra provincia, nella misura perlomeno in cui le conosco.
E come uomo politico, mi sia permesso di fare subito una osservazione generale circa il motivo per il quale tanto si insiste da tante parti nel trattare questo tema dei rapporti tra il Partito comunista e il ceto medio, e nel trattarlo, per giunta, in modo sbagliato. La preoccupazione da cui troppi son mossi è in realtà soltanto quella di costruire artificialmente un preteso insuperabile contrasto tra il nostro partito e certi gruppi sociali non proletari. Siccome il nostro partito è storicamente sorto come partito operaio, staccandosi da quello che fu per un lungo periodo di tempo il tradizionale partito degli operai italiani, e siccome gli operai aderiscono alle nostre organizzazioni in grande numero, e in parecchie località in numero prevalente, si vorrebbe dedurre da ciò una pretesa nostra incapacità ad avere rapporti normali di contatto, di adesione e di collaborazione con tutti coloro che operai non sono e non diventeranno mai. Su questa pretesa incapacità, poi, si incomincia a costruire. Si costruiscono sedicenti dottrine, si lanciano cervellotiche previsioni di nostri possibili o impossibili sviluppi; ma se si sta attenti ci si accorge subito che tanto le prime quanto le seconde non hanno nulla di serio, nulla di scientificamente fondato e dimostrato, non essendo altra cosa che la espressione di desideri aperti od oscuri, che fermentano in determinati gruppi politici, i quali, davanti allo sviluppo impetuoso del movimento comunista in tutta l’Europa e particolarmente nel nostro paese, sognano di riuscire a porre ad esso un freno, elevando una barriera tra noi, partito della libertà e del progresso sociale, e il cosiddetto “ceto intermedio” della società.
Ma incominciamo a ragionare. Che cosa è questo “ceto medio” di cui si parla a questo modo, designandolo con un termine così generico e quindi così comprensivo? “Ceto medio”, come dicono le parole, dovrebbe essere uno strato sociale che si colloca tra i due estremi della scala, comprendendo coloro che stanno in mezzo, fra chi è salariato e chi è proprietario di mezzi di produzione cioè capitalista, e non sono quindi né l’una né l’altra di queste due cose. La nozione di ceto medio, così spiegata, è abbastanza chiara; è ricchissima però di contenuto concreto. Tra chi è salariato e chi è capitalista si colloca infatti una gamma molto numerosa di gruppi sociali. Appartengono quindi al ceto medio il mezzadro e il fittavolo che non sono proprietari di terra e per avere la terra pagano la rendita fondiaria, ma in pari tempo non sono salariati. Appartiene al ceto medio il piccolo e medio proprietario, che possiede sì la terra che coltiva, ma non può essere classificato tra i capitalisti e i grandi proprietari fondiari che stanno alla superiore estremità della scala sociale. Vi sono poi i gruppi intermedi cittadini, essi pure assai variati, dai commercianti piccoli e medi agli esercenti, agli artigiani, agli imprenditori di piccole e medie aziende. E infine vi sono gli intellettuali, che vanno dal maestro di scuola, dal sacerdote, dalle varie categorie di liberi professionisti, sino agli uomini di grande cultura, poeti, artisti, scienziati, scrittori. Se tutti questi gruppi possono a buon diritto essere considerati come economicamente facenti parte del cosiddetto “ceto medio”, è assurdo però pretendere ch’essi costituiscano una massa uniforme, la quale possa senz’altro avere eguali posizioni circa le differenti questioni ideologiche o politiche che loro si presentano. Errata è quindi, prima di tutto, la tendenza a considerare il “ceto medio” come un blocco più o meno uniforme, ed è giusto invece asserire che esistono nella nostra società numerosi gruppi che si posson chiamare intermedi, i cui orientamenti ideologici e politici, però, possono essere dall’uno all’altro di essi assai vari.
Stabilita questa prima verità, ne deriva immediatamente che è errato affermare che esista una specie di incompatibilità organica tra tutti questi gruppi sociali, così numerosi e così vari, e il Partito comunista.
Esaminate la cosa, prima di tutto, nel suo aspetto più ristretto, che è quello dell’organizzazione stessa del partito. Qui a Reggio Emilia, per dare un esempio, vi è nel nostro partito il 31 per cento di operai, ma vi è il 29 per cento di contadini, cioè di mezzadri e di piccoli proprietari, caratteristici gruppi intermedi delle campagne. Anzi, se consideriamo separatamente gli iscritti al nostro partito che appartengono alla popolazione agricola, gli elementi intermedi sono più numerosi dei proletari, poiché abbiamo, nel complesso, un 17 per cento di braccianti di fronte al 29 per cento di contadini. La stessa situazione esiste in numerose altre organizzazioni comuniste, soprattutto di zone agricole, benché in tutto il partito la maggioranza sia di operai. La pretesa incompatibilità tra Partito comunista e “ceto medio”, dunque, non esiste. Noi siamo un partito nel quale i ceti intermedi sono largamente rappresentati, perlomeno nelle campagne, ma anche, sebbene non nella stessa misura, nelle città. I migliori nostri successi elettorali, del resto, sono stati raggiunti proprio in quelle zone dove abbiamo maggior numero di aderenti e di simpatizzanti tra i ceti medi delle campagne, e per questo si può dire che nella massa dei quattro milioni e più di nostri elettori il “ceto medio” è largamente rappresentato. Si può anzi dire di più: si può dire che è grazie al nostro partito e alla sua azione politica che è stato finalmente superato in parecchie regioni d’Italia quel malinteso tra i proletari della campagna e della città e numerosi gruppi intermedi rurali, malinteso che era stato creato e alimentato da quei capi riformisti i quali, a proposito di questi gruppi intermedi, non sapevano fare altro che invocare la loro “proletarizzazione”, il che era ed è un errore economico, politico e storico.
Ma se passiamo ora al campo degli interessi, constateremo che anche in esso non vi è nessun contrasto tra gli interessi che noi difendiamo e quelli dei gruppi sociali intermedi. La migliore prova ce la fornisce il fatto che alcuni di questi gruppi hanno trovato proprio in noi, nei comunisti, i loro difensori più conseguenti. Valga per tutti l’esempio dei mezzadri, la cui agitazione per un adeguato miglioramento economico è stata impostata e sostenuta proprio da noi, mentre altri partiti, che si vantano di essere più vicini al “ceto medio”, non solo non l’appoggiarono, ma nemmeno la compresero, e la denunciarono persino come cosa inammissibile. Lo stesso si può dire degli impiegati, che quando si tratta del miglioramento delle loro condizioni di esistenza e della difesa dei loro diritti, trovano i comunisti e alle volte soltanto i comunisti dalla loro parte. Ci spieghino dunque il perché di questi fatti, coloro che cianciano di incompatibilità tra noi e il ceto medio, e pretendono quasi di avere il monopolio dell’influenza nelle file di quest’ultimo.
Il contrasto e la incompatibilità però, ci dicono, non sarebbero di interessi, ma di idee. Operai e braccianti aderirebbero al Partito comunista e lo seguirebbero volentieri, perché trovano nella sua propaganda idee che sono loro familiari, come quelle di solidarietà, di progresso sociale, di emancipazione del lavoro, mentre al ceto medio sarebbero familiari altre idee, quelle di libertà, ad esempio, o di sviluppo autonomo della persona umana, a cui noi non saremmo capaci di attribuire tutta la importanza che meritano.
Vi è poi qualcuno tra gli uomini più in vista della corrente di destra del Partito socialista, che su questo tema si compiace di ricamare, e non può aprir bocca o prendere la penna in mano senza accusarci di non comprendere il nuovo “umanesimo”, che sarebbe la somma di queste idee del ceto medio e nella cui predicazione dovrebbe sfociare, oggi, il vero, il genuino, anzi, il rinnovato e riveduto movimento socialista.
Dunque, secondo questi nuovi profeti, a noi sarebbe aliena l’idea della libertà! Ma come spiegate allora che là dove una barricata è sorta dietro alla quale si combattesse per la libertà, ivi, dappertutto e sempre, abbiano versato il sangue loro gli operai d’avanguardia; ivi, dappertutto e sempre, abbia sventolato la bandiera comunista e raccolti attorno ad essa abbiano combattuto donne ed uomini delle classi più povere della società? Ammiro il filosofo che fa della libertà l’idea centrale del suo sistema e di questo si appaga, nella serenità della sua contemplazione; ma so che per noi, uomini e gruppi concretamente viventi nella società, la libertà è un assieme di condizioni della nostra esistenza, un sistema di diritti che ci siamo conquistati combattendo e che senza una lotta non sarebbero esistiti. E chi fu all’avanguardia di questa lotta? Noi, i comunisti. Soppressa dal fascismo ogni concreta libertà, annientati i diritti democratici dei lavoratori e di tutti i cittadini, chi se non il nostro partito riconobbe e proclamò che al fascismo, in nome della libertà, era necessario resistere in tutte le forme, e che per restaurare la libertà era necessario chiamare alla lotta contro il fascismo tutto il popolo, e per questo era necessario sacrificarsi, e pagar di persona, e versare quel tributo di eroismo e anche di sangue, senza il quale il sole della libertà mai sarebbe tornato a brillare sul nostro paese? Cercate di ricordarvi chi col regime nemico della libertà non è venuto mai a compromessi, e vedrete, tra i pochi, schierati in maggioranza schiacciante i comunisti.
Dunque, secondo questi nuovi profeti a noi sarebbe aliena l’idea dello sviluppo autonomo e dell’affermazione della persona umana? Ma che intendete voi per persona umana? La persona dell’uomo è il risultato di un complesso di rapporti, anzi, è essa stessa un complesso di rapporti, di cui gli uni sono fisici, altri fisiologici, altri di natura economica, altri hanno un contenuto ideale. L’azione che noi conduciamo, nel campo economico, politico e sociale, tende a dare all’uomo la capacità di dominare quei rapporti economici che sono essenziali e decisivi nella determinazione della sua persona. Per raggiungere questo scopo noi vogliamo che il lavoro venga emancipato da ogni sfruttamento; vogliamo porre fine all’anarchia economica capitalistica e creare una società in cui la produzione e gli scambi vengano consapevolmente organizzati nell’interesse di tutta la collettività e per il maggior bene di tutti i lavoratori. Questo dominio del mondo economico consentirà agli uomini di rendersi padroni del mondo fisico in misura sempre maggiore, cioè consentirà loro di piegare alla loro volontà in misura sempre più grande le forze della natura. Questo dominio del mondo economico consentirà però in pari tempo agli uomini di sviluppare e perfezionare sempre di più la loro persona. Soltanto in una società fondata sul lavoro libero, emancipato da ogni servitù e liberamente associato, anche la persona umana sarà veramente libera e tutti gli uomini potranno essere chiamati a vivere una esistenza degna della loro umanità. Perché questo, che è il nostro ideale, dovrebbe essere inaccessibile al ceto medio, e perché mai noi, che per questo ideale viviamo e combattiamo, dovremmo essere considerati come i nemici dello sviluppo della persona umana?
Che se poi v’interessa di conoscere quale sia la capacità di affermazioni ideali di questo nostro partito, cioè la capacità di affermare qualcosa che vada al di là della persona del singolo e del suo interesse particolare, ebbene, volgete l’occhio al passato oppure guardate attorno a voi. I comunisti sacrificavano la loro libertà e la loro esistenza, mentre altri col fascismo aveva agevolmente trovato il modo di organizzare una tranquilla convivenza e persino la collaborazione. I comunisti sono caduti con le armi in pugno per l’indipendenza e il riscatto della loro patria, mentre molti altri non sappiamo dove fossero e cosa facessero in quei giorni. Non è di lievito e slancio ideale che abbia mancato e possa mancare mai il nostro movimento! Non è in noi che possano trovare qualcosa che li respinga coloro i quali vadano in cerca di queste qualità!
Mi pare dunque evidente che coloro i quali pontificando cianciano di una pretesa incompatibilità tra noi comunisti e i ceti medi hanno in mente qualcosa di ben diverso da ciò che dicono, e che la loro intenzione è ben lontana dall’essere quella di fare un’attenta e oggettiva analisi di correnti politiche e di tendenze sociali. Ho l’impressione che il proposito che li ispira non è se non quello di introdurre nel corpo della nazione italiana una nuova scissione, e una scissione tale che potrebbe essere fatale per le sorti della democrazia. L’Italia è infatti paese ricchissimo di gruppi intermedi, tanto nelle città quanto nelle campagne; molto ricche e tenaci, poi, sono soprattutto tra gli intellettuali le tradizioni della cultura umanistica. Se si riuscisse a creare artificialmente una rottura fra quei gruppi e i partiti, come il nostro, più decisamente democratici e antifascisti, oppure se si riuscisse a suscitare la impressione che tra questi partiti e ciò che vi è di buono nelle tradizioni della cultura umanistica vi sia una specie di incompatibilità, si sarebbe ottenuto, senza alcun dubbio, un risultato politico abbastanza importante. Ma a favore di chi sarebbe stato ottenuto questo risultato? Non certo a favore del popolo, di cui si sarebbe minacciata la unità; non certo a favore della causa democratica, la quale per trionfare ha bisogno dell’unità delle forze popolari; bensì a favore di quei gruppi reazionari, i quali non vogliano che il popolo sia unito, perché nell’unità del popolo vedono una permanente minaccia per i loro privilegi.
La realtà è che il collegamento più stretto, anzi la unità tra le forze di avanguardia raccolte nel nostro partito e attorno ad esso, e le grandi masse della popolazione lavoratrice, e quindi anche le masse del ceto medio, è indispensabile se si vuole che concretamente trionfino le idee di libertà, di giustizia, di solidarietà ché noi affermiamo, e che sulla base di esse venga rinnovata la nostra vita nazionale. Questa unità è indispensabile, anzi, se si vuole che il nostro paese eviti di essere ricacciato indietro, verso un regime di bieca tirannide o verso la perdita della sua indipendenza.
Si comprende quindi perché di questa pretesa incompatibilità tra il nostro partito e i ceti medi si insista a parlare proprio ora. Credo infatti di non sbagliarmi quando affermo che se ancora non siamo giunti, stiamo pur giungendo rapidamente a un momento decisivo del nostro sviluppo economico e politico. Siamo giunti a un punto in cui, eliminati oramai i principali ostacoli allo sviluppo della democrazia, il popolo italiano deve scegliere la strada e il metodo da seguire nella ricostruzione politica ed economica del paese. E la scelta è molto più difficile oggi di quanto non lo fosse ieri. Ieri – voglio dire dopo il 25 luglio è specialmente dopo l’8 settembre – quando le nostre terre erano invase e calpestate dalle orde straniere chiamate in Italia dai nemici della patria, dai traditori fascisti, scegliere la strada giusta non era cosa molto difficile. Bastava che il cittadino amasse il proprio paese, e fosse viva nell’animo suo la tradizione patriottica del nostro Risorgimento, perché egli sapesse che la strada giusta era quella della lotta a morte per cacciare l’invasore e schiacciare i traditori, e che in questa lotta tutti i buoni italiani dovevano essere uniti. Il tradimento nazionale, allora, direi che quasi si smascherava da sé. Oggi non è più così. Oggi è difficile scegliere la strada giusta perché non si tratta solo più di far fronte a un nemico che si presenti a viso aperto, ma di ricostruire politicamente ed economicamente l’Italia, e di ricostruirla in un modo nuovo, diversa profondamente da quella che era prima del fascismo, perché se la ricostruissimo uguale a quella, chi ci garantisce che non saremmo un’altra volta portati alla stessa ultima conseguenza, alla stessa catastrofe, alla stessa rovina?
È assurdo pensare che il fascismo sia piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale. Ma qui il compito si fa difficile, perché urtiamo contro gl’interessi e la mentalità dei vecchi gruppi privilegiati, avidi, egoisti, abituati da decenni e anche da secoli a dominare, e a tutto disposti pur di non lasciar distruggere i loro privilegi. Il popolo sente la necessità di un rinnovamento profondo e lo reclama, ma questi gruppi resistono, e la loro resistenza assume le forme più diverse, che vanno dall’aperto sabotaggio della ricostruzione, dalle provocazioni grossolane alle campagne e azioni politiche più raffinate allo scopo di rompere la unità delle forze popolari, di compromettere il regime democratico, di seminare confusione e preparare così le condizioni di un nuovo attacco reazionario aperto. E per meglio sviluppare, mascherandola, quest’azione contraria agli interessi e alle aspirazioni del popolo, infiniti sono i travestimenti a cui si fa ricorso. Per questo è più difficile, oggi, scegliere la strada giusta; ed è più difficile in particolare perché anche nel campo della democrazia vi sono forze non conseguenti, che esitano e tentennano e alla fine, anche se non passano apertamente nel campo antidemocratico, rendono maggiori servizi ai nemici della democrazia che ai suoi amici.
Quello di cui l’Italia ha bisogno, se vuole garantirsi un migliore avvenire, è che siano introdotte nella struttura sociale e nella direzione politica ed economica della vita nazionale modificazioni tali per cui la ricostruzione abbia luogo rapidamente e nell’interesse di tutte le classi lavoratrici, e le spese ch’essa richiede ricadano sostanzialmente sulle classi abbienti e non sui poveri, sui responsabili della catastrofe nazionale e non sulle vittime.
Appare quindi chiaro che noi non proponiamo una ricostruzione della nostra economia secondo princìpi comunisti o socialisti. Per una trasformazione simile il paese, nel suo assieme, non è ancora maturo, anche se sono già maturi determinati suoi settori, e anche se oramai tutti sappiamo che in tutta l’Europa, quasi senza eccezione, lo sviluppo economico va nella direzione del socialismo. Quello che invece è maturo tanto nella coscienza del popolo quanto nella realtà delle cose è la necessità di una ricostruzione economica che tenga conto dell’interesse generale della nazione e non degli interessi esclusivi ed egoistici di pochi gruppi di privilegiati, e inoltre la necessità di una ricostruzione tale che non porti i vecchi gruppi reazionari privilegiati, autori del fascismo e dell’appoggio sino all’ultimo del regime fascista, a impadronirsi nuovamente di posizioni tali che permettano loro di dominare ancora, e di dirigere ancora una volta nel loro interesse tutta la vita italiana. Per questo noi diciamo che occorre un “nuovo corso” di economia e di politica economica.
Ci si accusa, quando parliamo di questo “nuovo corso” di voler sopprimere la iniziativa privata; ma la cosa non è vera. Noi vogliamo che venga lasciato un ampio campo allo sviluppo della iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però affermiamo la necessità che lo Stato intervenga per dirigere tutta l’opera della ricostruzione, per coordinare le iniziative private e indirizzarle, legandole organicamente le une alle altre a seconda delle necessità nazionali, e impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere dei gruppi plutocratici e della speculazione. Nel campo dell’industria, basta pensare alla necessità di spostare il centro di gravità dalle produzioni di guerra alla produzione di pace, o alla necessità di spostare una parte dell’apparato industriale nelle regioni meridionali e nelle isole, per comprendere che si presentano qui problemi che il privato, da solo, non potrà ne risolvere né vedere. Nel campo dell’agricoltura, basta pensare all’enorme regresso causato dalla politica fascista, alla necessità della riforma agraria e alla necessità di liberare così gran parte dei nostri agricoltori dal peso eccessivo della rendita fondiaria, per arrivare alla stessa conclusione. D’altra parte, si presti attenzione a ciò che sta avvenendo in quelle branche della produzione dove si è lasciata libertà assoluta alla iniziativa privata. L’industria tessile, per esempio, lavora in pieno e gl’industriali tessili guadagnano milioni e miliardi, ma il mercato interno dei prodotti tessili è rimasto povero come prima, con prezzi proibitivi, perché, messisi d’accordo con capitalisti stranieri, i tessili producono per l’estero, e il paese nemmeno ci guadagna la valuta, che in cento modi si cerca di farla restare fuori delle frontiere. Le condizioni di disorganizzazione della nostra vita economica sono oggi tali, che se non si realizzano opportuni interventi e controlli, dalla miseria più nera si passa alla speculazione più sfacciata, e la ricostruzione non può compiersi se non con una spaventosa accentuazione della disparità di condizioni economiche tra i cittadini, crescendo da un lato in modo impressionante lo sperpero dei ricchi, dall’altro lato diminuendo in misura spaventosa le possibilità di esistere di coloro i quali non hanno altro per vivere che il loro lavoro intellettuale o manuale.
Poste così le cose, mi sembra evidente che alla adozione di un “nuovo corso” della nostra economia sono interessati non soltanto gli operai, o i braccianti, ma tutti i lavoratori, e che vi sono interessati in modo particolare i gruppi del cosiddetto ceto medio. Gli operai e i braccianti, infatti, cioè gli elementi proletari tra i lavoratori, avrebbero sempre la risorsa di difendere il loro livello di esistenza con lo sciopero, che è un’arme molto efficace, mentre per il ceto medio questa possibilità non esiste. Il giorno che avessero preso ancora una volta il sopravvento i vecchi gruppi plutocratici, la sorte del ceto medio sarebbe quella di essere ancora una volta schiacciato economicamente e di vedere ancora una volta calpestati da bande di filibustieri e di malandrini tutti gli ideali in cui crede. Perciò la collaborazione stretta tra i lavoratori di idee più avanzate e quelli del ceto medio è indispensabile non soltanto per il bene del paese, ma per la migliore tutela degli interessi stessi del medio ceto.
Un particolare rilievo assumono queste verità se dalla considerazione generale passiamo all’esame della situazione concreta di singole regioni d’Italia, di questa regione emiliana, per esempio, dove così ingente è la forza del nostro partito e così notevoli le posizioni che noi occupiamo, e grande è quindi la nostra responsabilità di fronte a tutti gli strati della popolazione.
Bella regione l’Emilia, cara a tutti gli italiani, ma specialmente a quelli cui sta a cuore la causa della emancipazione dei lavoratori. Per questa causa qui sono state combattute alcune tra le più grandi battaglie, che hanno lasciato una traccia profonda nella vita di tutta la nazione. Quello che l’Emilia è ora, la sua ricchezza, il suo progresso, l’impronta di civiltà che in essa predomina, a che cosa è dovuto se non alla lotta che i lavoratori emiliani hanno saputo condurre con tanta energia per l’aumento del loro livello di esistenza e per affermarsi come classe dirigente?
Oggi, quando arriviamo in questa regione venendo da quelle dell’Italia meridionale e centrale, non appena, abbandonato l’Adriatico, incominciamo a percorrere la grande strada che unisce le vostre città principali, avvertiamo subito qualcosa di nuovo, di diverso. Sembra che il torpore che tuttora regna altrove, qui finisca. Vi è ardore di movimento, intensità di traffico, e di un traffico che immediatamente ci si accorge essere legato a una vivace attività economica. Anche sul viso degli uomini, delle donne che a frotte percorrono in bicicletta le vostre strade, sembra di cogliere una nota di fierezza e di soddisfazione che altrove non c’è. Si sente che questa massa è legata a un’attività produttiva che la interessa e l’assorbe; sembra che il sangue qui circoli più rapido, che più forte qui batta il cuore della nazione.
In realtà questa regione emiliana ha avuto una posizione e una funzione singolare nella storia del nostro paese. Nei movimenti che hanno avuto un carattere progressivo, sempre troviamo questa regione all’inizio e al vertice del movimento. Ciò si può costatare anche nella letteratura, che all’inizio fu siciliana, bolognese, toscana, e al vertice della gloria colloca i due grandi poeti emiliani, il Boiardo e l’Ariosto. Quest’ultimo, in particolare, è certamente tra i più nazionali, ché in lui troviamo, portati a un’altezza di espressione da altri non raggiunta, i più profondi motivi del nostro Rinascimento; ma è pur emiliano, nello stesso tempo, con quella sua calma fantasia di narratore che ha dietro di sé generazioni di contadini, i quali hanno espresso in quei racconti il loro sogno di un mondo migliore e in essi hanno trovato un sollievo alle loro miserie e alle loro fatiche, e con il suo nuovo senso della natura, per cui ritrovate nel suo poema tutto il paesaggio delle vostre contrade, con le piccole valli, e i prati pieni di colori, e i ruscelli. Durante il Risorgimento, e sin dagli albori di esso, l’Emilia sottolinea di fronte a tutta l’Italia, e nonostante le sopravviventi e forti tradizioni locali, il carattere unitario del movimento. Non per niente è nato proprio nella vostra città il simbolo della nostra unità nazionale, il tricolore. All’avanguardia della riscossa nazionale fu dal principio alla fine la Romagna, così malfamata nei racconti dei romanzieri da dozzina.
Ma dove la funzione nazionale dell’Emilia acquista un rilievo particolarmente vivace è nel contributo decisivo che essa ha dato a quella profonda trasformazione economica che si è compiuta negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi dieci anni del Novecento, e che ha dato al nostro paese la fisionomia economica e sociale che tuttora conserva. Nella sostanza, si tratta di una nuova ondata di sviluppo del capitalismo, che parte tanto dalle città e dai centri industriali del Settentrione quanto dalle pianure padane, e nelle campagne dell’Emilia si manifesta con vivacità singolare.
La prima cosa che colpisce l’attenzione è che nel corso di alcuni decenni si trasforma radicalmente persino l’aspetto esteriore di questa regione: il che dovrebbe sempre essere tenuto presente da coloro che parlano, a proposito dell’odierno aspetto di alcune regioni meridionali e della loro miseria, di una naturale infecondità. La ricchezza e lo stesso aspetto esteriore della terra di questa regione emiliana sono creazione delle popolazioni che abitano e lavorano sopra di essa. Sono gli investimenti e le accumulazioni di lavoro e di capitale nella terra che hanno fatto dell’Emilia ciò che essa economicamente è. Ancora sessanta o settanta anni or sono la provincia di Ferrara era quasi per metà coperta dalle acque; inabitabile per circa metà della sua superficie la provincia di Ravenna; e lo stesso si può dire, su per giù, di tutta la parte bassa della regione. Ma se da una parte le acque rendevano inabitabili e pestifere zone intiere, dall’altra parte, quando ci si avvicinava alle colline, mancava ogni possibilità di irrigazione. Quando un fiume portava, anche se irregolarmente, un po’ d’acqua, gli si faceva un monumento sulla piazza principale, forse in ricordo dei tempi in cui le città di questa regione si facevano la guerra, se non per una secchia, per un pozzo.
Da che parte è venuto e come si è operato il cambiamento? Esso è stato la conseguenza dell’irrompere sulla scena di nuovi gruppi economici e sociali, prima di tutto di borghesia rurale o cittadina, e poi di proletariato e di altri gruppi intermedi della campagna. Sulla base di particolari accumulazioni e particolari spostamenti di ricchezza, si determina un movimento profondo, il quale tende a trasformare in senso progressivo gli esistenti rapporti economici, e prima di tutto travolge i residui feudali nelle campagne, rompendo persino i limiti della proprietà nobiliare, facendo scomparire, per esempio, la grande proprietà fondiaria dei principi romani, e dando un contenuto nuovo ai rapporti tra il mezzadro e il padrone. La borghesia agraria capitalistica, che si afferma come la nuova classe dirigente della regione e attorno alla quale si raccoglie il ceto medio cittadino, è piena di iniziativa, audace, battagliera. In politica, essa rimane per un certo periodo di tempo su posizioni progressive; in economia, si devono ad essa rinnovamenti tecnici, come l’applicazione di nuovi metodi nella bonifica, che ben presto mettono l’agricoltura emiliana all’avanguardia di tutta l’Italia, e che spostano i termini del rapporto tra città e campagna. In alcune zone emiliane la campagna incomincia a manifestare la tendenza a essere socialmente più avanzata della città, appunto perché il capitalismo vi ha fatto progressi più rapidi, mentre in città le forme di economia artigiana continuano ad essere prevalenti.
Ma se allarghiamo la visuale e cerchiamo di comprendere meglio quali sono le molle profonde di questo progresso economico e sociale, il fattore che più colpisce è l’energia stessa della popolazione lavoratrice delle campagne, di quelli che allora si chiamavano gli obbligati, dei braccianti, dei coloni, dei fittavoli. Queste masse di lavoratori, una volta spazzato dalle loro terre il potere retrogrado delle piccole corti locali e quello particolarmente odiato della curia romana, sembra vogliano immediatamente trarre le conseguenze del movimento nazionale (a cui del resto non hanno sempre partecipato) sul terreno economico e sociale. La parte più avanzata è, in politica, prima mazziniana, poi internazionalista e bakunista, poi socialista marxista. Ciò che più conta però è la spinta irresistibile che per due decenni ininterrottamente viene da tutte le categorie dei lavoratori dell’agricoltura, anche più arretrati, da questi lavoratori poveri, esauriti dalle malattie endemiche e dalla fame non mai sazia, costretti dal padrone a far la vendemmia con la museruola e i quali si ribellano a queste condizioni bestiali di esistenza e pretendono, ad ogni costo, un livello superiore di esistenza. In altre regioni, nello stesso periodo di tempo, la popolazione agricola miserabile e affamata emigra, porta altrove non solo lo strazio di dover lasciare la sua terra, ma anche la sua inesauribile capacità di lavoro; e trent’anni dopo i gesuitici esaltatori dell’economia liberale untuosamente si rallegreranno che i soldarelli degli “americani” di Calabria e di Sicilia siano serviti a fondare un piccolo podere con un orto e una casetta ai margini della terra del barone. Il lavoratore emiliano, di regola, non emigra. Rimane qui, e impegna la lotta per il suo pane e per la sua minestra. Il progresso economico e sociale delle regioni padane incomincia quando quella che allora si chiamava la plebe rurale incomincia ad imparare a mangiare, e nel progresso delle condizioni materiali si creano le premesse alla creazione di una nuova, più progredita umanità.
Certo, tutto questo significa lo scatenarsi di un’aspra lotta tra le classi: tra folle innumerevoli di lavoratori che combattono con energia non comune, gruppi di vecchi proprietari terrieri che resistono con la testardaggine dei gruppi sociali condannati a sparire, e nuovi gruppi capitalistici, costretti dallo stimolo stesso della lotta di classe a cercare una via di uscita nel progresso economico oggettivo. Dominano la scena grandiosa la figura del bracciante emiliano, nel quale la tenacia dei contadini si accoppia non solo all’aggressività sociale, ma soprattutto alla capacità di organizzazione dei proletari, e quella del mezzadro, elemento notevole di progresso, forse perché la sua posizione intermedia esaspera in lui la vigilanza e la combattività.
Fatto sta che diventa la terra classica delle lotte sociali, e alcune di queste lotte scuotono l’intiero organismo della nazione.
Il compagno Sereni, che ha contribuito a fornirmi la documentazione concreta di questa esposizione, mi ha ricordato come anche prima dell’affermarsi del movimento socialista, già nella letteratura popolare emiliana affiora in modo evidentissimo il senso elementare di insofferenza e di ribellione del lavoratore della terra che vuole spezzare le catene del vecchio sfruttamento e conquistarsi una esistenza degna di questo nome. Curioso questo contrasto che si canta in Romagna, per esempio, tra il padrone e il contadino circa la lunghezza della giornata, che è, per il secondo, giornata di duro lavoro:
S’è fati sera, lo padrun suspira;
lo’ l’dis: – L’è steda curta la zurnada,
– S’la è stè, cosa t’hoi da dì?
Ciapa el Sol e falo rivenì
S’la è stè corta, cosa t’hoi da fe’?
Ciapa el Sol e falo riturnè!
La è stè curta? Un corno che ti sfonda!
La paga è poca e la zurnada è longa.
Nella vostra provincia si cantano stornelli come questi:
E canta la zighela: taia, taia,
e’ gran a e’ patron a e’ cuntaden la paia.
E canta la zighela: tula, tula,
e’ gran a e’ patron, a e’ cuntaden la pula.
La stessa figura tradizionale, folcloristica, del romagnolo insofferente, violento, rissoso, si è creata attraverso le manifestazioni di contrasti e lotte di classe nelle campagne, e tutti ricordano le esplosioni improvvise di collera popolare, e i tentativi di sommossa e poi, giù giù arrivando fino al 1920, i grandi scioperi agrari di queste province, le loro forme di lotta acuta contro l’organizzazione padronale del crumiraggio, e su un piano nazionale contro le imprese coloniali, contro la guerra, contro la reazione, per la libertà.
Quando si pensa a questa, che è la storia più recente delle più floride e più progredite province agricole d’Italia, veramente appaiono stolti coloro che imprecano alla lotta di classe e alla lotta in particolare che i lavoratori della città e della campagna sono costretti a condurre per affermare il loro diritto alla esistenza e la loro volontà di contare qualcosa nella società. Sembra, al sentirli, che questa lotta sia il principio di tutti i mali! Da voi invece, essa è stata in modo indiscusso la molla più potente del progresso economico e sociale. Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata e altrove. Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore e di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete, avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.
Il grande merito di avere non dico suscitato, perché ciò stava nelle cose, ma animato, organizzato, diretto, questo grande movimento rinnovatore dei lavoratori emiliani, fu del socialismo, il quale si può dire abbia registrato il suo vero atto di nascita a Rimini, dove il 4 agosto 1872 fu creata la sezione italiana della prima Internazionale.
Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica nazionale l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito politico nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette assieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli altri. Voi non stupirete, credo, se vi dirò che i nomi di questi uomini, noi, comunisti, li onoriamo e veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.
È vero, i capi del movimento socialista emiliano furono, in prevalenza, riformisti. Questo vuol dire che nel loro orientamento e nella loro attività politica vi era qualcosa di sbagliato, che deve essere respinto e che noi respingiamo, e che li condannò, del resto, alla sconfitta.
Nel quadro di un grande impeto, quasi messianico, di sentimenti e di aspirazioni, e accanto a capacità organizzative singolari, vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione della prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque, di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo momento non era più capace di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo si producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alle sorti del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata la unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e altri politicanti della città.
Non tutti i capi riformisti furono eguali, e io serbo profonda la impressione di una conversazione con Massarenti, nel 1922 – quando già l’Emilia socialista s’avviava ad essere un cumulo di rovine e il vecchio combattente aveva dato inizio al suo straziante esilio in patria – in cui egli mi rivelava con grande acutezza le debolezze del riformismo emiliano e le colpe dei politicanti che ancora più profondamente avevano traviato il movimento, e denunciava queste cose con l’amarezza di chi parla dell’irreparabile. Forse fu dominato da questo sentimento anche il vostro Prampolini, negli ultimi giorni della sua esistenza, se è vero, come mi hanno detto, che guardava al partito nostro come alla forza d’avvenire, che avrebbe raccolto e piantato sulla meta la bandiera gloriosa dei lavoratori.
Un altro errore comune a quasi tutti i capi riformisti e che veramente fu fatale per le sorti delle classi lavoratrici emiliane fu la errata impostazione del problema contadino. E qui ritorno al mio punto di partenza, delle relazioni tra i salariati e il ceto medio. Il riformismo – e tutto il socialismo italiano ufficiale, del resto, tanto nelle sue correnti di destra quanto in quelle di sinistra – non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà; come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse e le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale – del mezzadro, del fittavolo, del piccolo e medio proprietario – hanno radici profondissime, sono legate alle condizioni del suolo e alla geografia stessa, e spesso sono anche più redditizie della grande azienda. Per questo le nostre campagne si avviano al socialismo e vi arriveranno attraverso un processo molteplice, mediante l’introduzione e la estensione di differenti forme associative, tali che evitino la rottura e tendano a ridurre il contrasto tra la massa dei braccianti e gli altri gruppi di contadini lavoratori. Queste cose però le comprendiamo noi comunisti, mentre non ne capiscono assolutamente nulla quei riformisti dalla testa dura che poi salgono in cattedra a farci la predica sulla missione del ceto medio.
La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi della campagna e della città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo. Essa aprì una breccia nel fronte delle classi lavoratrici, per la quale avanzarono le squadre in camicia nera, travolgendo brutalmente, ma spesso inconsciamente, il frutto prezioso di tre decenni di attività socialista; e poi si fece avanti e occupò la scena un nuovo ceto dirigente di politicanti cittadini, i cosiddetti “gerarchi”, che dimostrò di essere il più incapace e il più corrotto di quanti l’Italia abbia mai conosciuto, e sulle spalle del quale la plutocrazia capitalistica, la grande proprietà fondiaria, e l’affarismo e la speculazione celebrarono il loro trionfo. Il ceto medio di città e di campagna vide travolti e calpestati i propri interessi e i propri ideali. Il paese fu portato alla catastrofe.
Ora che fu prevalentemente socialista, è diventata prevalentemente comunista, e i due partiti dei lavoratori, il socialista e il nostro, se procedono uniti sono senza possibilità alcuna di contestazione la forza dirigente della regione. La prevalenza comunista però vuol dire che le masse lavoratrici emiliane, ancora una volta collocandosi tra le prime file, hanno saputo trarre dal passato gli insegnamenti che esso comporta. Durante la persecuzione fascista, qui non si è mai spenta la fiaccola della nostra organizzazione. Durante l’occupazione tedesca, qui sono sorte parecchie tra le più solide ed eroiche unità partigiane, e sono state date dai nostri partigiani alcune battaglie che rimarranno come pagine gloriose della storia d’Italia. Qui infine il nostro partito, a liberazione avvenuta, ha più rapidamente che altrove dispiegato le sue forze, è diventato un grande partito di popolo, che getta profondissime radici in tutti gli strati di lavoratori.
Alcune cifre e alcuni dati di fatto ne danno la prova. Nel mese di febbraio di quest’anno, gli iscritti al Partito comunista nelle otto province emiliane salivano a 349.843. Oggi questa cifra è stata senza dubbio superata. Mentre alla stessa data, nazionalmente, la percentuale degli iscritti al nostro partito in rapporto con la popolazione era di 3,6, in Emilia essa saliva a 10,4, toccando i massimi di 12,1 a Modena e 14,4 a Reggio Emilia. Nelle elezioni politiche, noi raccoglievamo 754.743 voti; il nostro partito e il Partito socialista assieme 1.318.259, pari al 65 per cento dei votanti. Nel campo amministrativo, i 60 comuni della provincia di Bologna hanno tutti una amministrazione o comunista, o socialista, o dei due partiti assieme; lo stesso in provincia di Ferrara. In provincia di Modena 41 Comuni su 46 sono amministrati da socialisti e comunisti; in provincia di Piacenza 34 su 47; in provincia di Reggio 43 su 45; in provincia di Parma 34 su 47; in provincia di Forlì 34 su 50; in provincia di Ravenna 17 su 18. Tutti i capoluoghi di provincia hanno il sindaco comunista. È un quadro impressionante, grandioso, che deve far riflettere tutti gli italiani, e dimostra come queste popolazioni, economicamente le più progredite, continuino nel campo politico le tradizioni di lotta dei loro predecessori, e manifestino la loro volontà decisa di rinnovamento.
Ma è proprio per questo motivo che oggi tanto si parla in tutta la stampa di destra, conservatrice e reazionaria, delle province emiliane, e in particolar modo di quelle dove noi siamo più forti, e se ne parla in un modo particolare e con particolari intenzioni, allo scopo di diffondere la leggenda che da queste parti regnerebbe il terrore, che la vita civile vi sarebbe paralizzata o impossibile. Purtroppo, anche il partito democratico cristiano, che pure collabora con noi nel governo, si è accodato a questa campagna, di cui noi valutiamo molto freddamente ed esattamente la portata. Per comprenderla, basta risalire con la memoria agli anni dal 1919 al 1921, cioè alla vigilia dello scatenamento della guerra civile dei fascisti contro la democrazia. Anche allora l’Emilia appariva la roccaforte del movimento socialista, e la reazione si propose, prima di ricorrere alle armi,. di fare attorno ad essa il vuoto nell’opinione pubblica nazionale, facendola apparire come terra di intollerabili soprusi. Aprirono il fuoco, dalle colonne del Resto del Carlino, i giornalisti stipendiati dall’agraria. Si coniò il termine di “baronie rosse”, per designare le campagne e i villaggi dove contadini e braccianti erano riusciti, con le loro organizzazioni, a creare alcune delle premesse di una profonda trasformazione sociale. Si mobilitarono i letterati, e alcuni di loro, come il Panzini e il Beltramelli, scrissero romanzi intieri intonati a questa campagna reazionaria. È vero che erano letterati i quali dovevano poi, nel ventennio fascista, svelare nel modo più crudo la loro bassezza morale, e scadenti anche come scrittori; ma il risultato, allora, fu egualmente raggiunto, cosicché quando gli squadristi incominciarono a scorrazzare per queste terre saccheggiando, incendiando, massacrando barbaramente i cittadini, ci fu chi credette sul serio che si trattasse di “legittima” rappresaglia! Si trattava, invece, dello scatenamento della più obbrobriosa offensiva della reazione contro il progresso politico e sociale.
Oggi vi è qualcuno che sogna di poter ripetere la stessa cosa: incominciare con lo spargere le più sciocche e infami calunnie contro le regioni dove il movimento progressivo è più forte; gettare il discredito, quindi, su tutto questo movimento, e ingannando e terrorizzando gli strati intermedi della popolazione, creare ancora una volta quella profonda scissione che fu, venticinque anni fa, una delle premesse dello sviluppo e della vittoria del fascismo.
Se noi insorgiamo in difesa dell’Emilia e delle popolazioni emiliane, non lo facciamo perciò soltanto per amor di verità e in difesa dell’onore vostro, o cittadini, ma perché vediamo con chiarezza qual è l’obiettivo lontano che viene perseguito, e come da questa parte si annunci un pericolo a cui tutte le forze democratiche debbono far fronte unite, se non vogliono essere sorprese e sopraffatte dai nemici della riconquistata libertà.
Incominciamo col dire che colui il quale voglia essere sincero ed onesto non può trovare nulla da rimproverare al contegno tenuto e all’attività svolta dalle popolazioni dell’Emilia nel corso degli ultimi due anni. Contadini, operai e professionisti emiliani, sono stati tra i combattenti più ostinati, più intelligenti e più coraggiosi della lotta di liberazione contro gli invasori tedeschi e i traditori fascisti. Non v’è casa di contadini, in queste campagne, che durante l’invasione tedesca non fosse diventata un centro di resistenza o un punto di collegamento o un ricovero per i nostri partigiani. Non vi è famiglia di contadini che non abbia dato almeno uno dei suoi componenti alle unità partigiane che lottavano sui monti e nelle pianure. Questa è forse la zona di tutta Italia dove tedeschi e traditori fascisti hanno pagato più caro la loro tracotanza e le sanguinose offese fatte alle persone, ai beni, all’onore del nostro paese. Ma che devono dire gli abitanti di queste campagne, che ricordano il loro calvario e sanno quanto è loro costata la Liberazione, che devono dire quando vedono la stampa reazionaria e persino quella democristiana rinfacciare ora al popolo dell’Emilia, come fossero delitti, le centinaia e forse anche le migliaia di tedeschi e di traditori fascisti che furono uccisi in combattimento dalle popolazioni insorte in difesa della patria e della libertà? Fu dunque un delitto impugnare le armi per il proprio paese? Se è questo che si vuol dire, lo si dica apertamente; e lo dicano apertamente prima di tutto quei redattori del Popolo democristiano che ogni tanto si mettono anche loro a gridare ai 35.000 assassinati!
Avvenuta la liberazione, risultò che alcune delle province dell’Emilia erano tra quelle che avevano subito le più gravi devastazioni! Ecco le cifre di Bologna: case coloniche distrutte, 3.800; stalle distrutte, 5.200; casette distrutte, 7.000; su 28.000 poderi, 12.000 avevano distrutta l’attrezzatura; su 2.560 motori impiegati nell’agricoltura, solo 1.100 erano ancora efficienti; i bovini da lavoro che nel 1943 erano 205.000, erano ridotti a 101.000; 10.000 ettari di terreno erano minati; 8.000 ettari erano allagati, e via dicendo. Lo stesso quadro dà una parte considerevole delle altre province. Ebbene, in queste condizioni il contadino emiliano, in maggioranza comunista e socialista, si pone al lavoro; dà a tutta l’Italia esempio mirabile di disciplina, di solidarietà e di spirito di sacrificio, e in un anno la sua terra è di nuovo alla testa dell’agricoltura italiana, tanto che nel 1946 il suo raccolto, grazie allo sforzo cosciente dei mezzadri, dei piccoli proprietari, degli affittuari, dei braccianti e dei compartecipanti, si avvicina a quello di prima della guerra.
Ed ora veniamo alle cifre dell’ammasso dei cereali. Già l’anno scorso l’Emilia rossa aveva fatto in pieno il suo dovere. Quest’anno, fra tutte le province italiane, il primo posto per il conferimento all’ammasso è tenuto da Bologna con 1.100.000 quintali; il secondo posto da Ravenna con 875.000 quintali; il terzo da Ferrara con 865.000 quintali.[2] Bologna da sola ha dato più grano dell’intiero Lazio, della Sicilia, delle Puglie, del Piemonte. Nel complesso, l’Emilia ha dato ai Granai del popolo cinque milioni di quintali di grano, pari al 25 per cento dei quantitativi forniti da tutte le regioni italiane. Ma ciò che più conta è che la produzione emiliana non è il 25 per cento, ma solo il 17 per cento della produzione totale. È evidente lo sforzo di solidarietà nazionale compiuto da questa regione, che i signori reazionari e i loro valletti democristiani vorrebbero calunniare presentandola come il regno del disordine, dell’egoismo, dell’indisciplina. Perché non hanno compiuto lo stesso sforzo e lo stesso sacrificio i baroni siciliani o i principi del Lazio, grandi elettori della Democrazia cristiana; o gli agrari qualunquisti del Salento e della Capitanata? Se tutte le regioni avessero conferito il grano nella stessa proporzione dell’Emilia, non venti, ma ben più di trenta milioni di quintali sarebbero già stati ammassati, e non vi sarebbe una crisi dei rifornimenti alimentari. Questa è la verità che bisogna proclamare.
Dello stesso spirito di solidarietà hanno dato prova, in tutta l’Emilia, i contadini, prima di tutto aiutandosi l’un l’altro nel periodo più duro dopo la Liberazione, quando i figli dei sinistrati della montagna venivano accolti nelle cascine della pianura; portando agli ospedali le regalie non più date agli agrari; e infine ricevendo e ospitando per alcuni mesi nelle loro case alcune decine di migliaia di bambini di Cassino, di Roma, di Milano e altri centri sinistrati. Mi si citi una regione dove si sia fatto lo stesso; mi si dica il nome, un solo nome, di un agrario conservatore, di un latifondista democristiano, di un barone meridionale qualunquista che abbia fatto, in questo campo, la centesima parte di quello che ha fatto l’ultima delle sezioni emiliane del nostro partito!
Esaltata fra tutte dovrebbe essere questa regione, per ciò che ch’essa ha fatto e sta facendo per la ricostruzione economica del paese, e non calunniata e coperta di fango.
E anche per quanto riguarda l’ordine pubblico, nonostante il tentativo fatto da De Gasperi in uno dei suoi discorsi, di gettare contro l’Emilia una nuova accusa in termini oscuri, che preludevano alle campagne odierne della stampa gialla e forse volevano darle l’avvio, sta di fatto che la campagna per le elezioni amministrative e quella per il referendum si sono svolte qui, attraverso centinaia e migliaia di comizi, senza il minimo incidente, senza che si verificasse un solo episodio di violenza.
Come giudicare dunque i delitti che vengono commessi in alcune province dell’Emilia e che hanno offerto e offrono il motivo alle campagne reazionarie? Questi delitti senza dubbio hanno luogo e sono una macchia che bisogna cancellare. Incominciarono, credo, in provincia di Bologna, ma sembra che qui un più energico e immediato intervento abbia subito posto fine alla cosa; continuarono, quindi, in provincia di Modena e di Reggio. Caratteristica comune è che questi delitti – uccisione di cittadini per lo più in località di campagna – sembrano non avere nessun motivo apparente se non quello di terrorizzare la popolazione.
È certo che ci si trova di fronte a fatti che dimostrano l’esistenza di una o di più organizzazioni criminali, o perlomeno di uno o di più gruppi di banditi che agiscono in modo organizzato. Ma un gravissimo, un fatale errore commettono coloro che cercano di far risalire la colpa di queste cose all’azione di partiti democratici organizzati, e in particolare dei partiti più avanzati della democrazia. Ad ogni accenno in questo senso, da qualunque parte e da chiunque venga fatto, noi reagiremo sempre nel modo più vivace, perché consideriamo che soltanto dei criminali reazionari possono a cuor leggero lanciare contro organizzazioni democratiche la stolida accusa di essere organizzatrici o ispiratrici di delitti. Facciano attenzione, tutti i democratici che in buona fede si occupano di questo argomento, a non cadere nella trappola che tendono loro i nemici della democrazia. È caduto in questa trappola, forse per non aver a sufficienza riflettuto, – così come a volte gli succede, – l’onorevole Saragat. Vi sono caduti quegli esponenti del movimento socialista locale che hanno parlato di “Caino”. No, non vi sono Caini in Emilia, e qualsiasi dirigente di un partito democratico dovrebbe ritenersi per sempre disonorato se perdesse il tempo a dare le prove che il suo partito condanna questa ondata di delitti nel modo più reciso e col massimo sdegno. Sarebbe veramente bella che proprio noi, partito dominante nell’Emilia, incaricassimo nostri militanti di commettere delitti di questo genere, o lasciassimo che essi li commettano, allo scopo di screditare questa regione, cioè di screditare noi stessi, oppure allo scopo di attirare su questa regione le cure non sempre paterne degli organi della polizia! Forse che i cittadini di tutte queste province non ricordano che noi siamo stati tra i primi a dire ai partigiani, dopo la Liberazione, che bisognava deporre le armi e dedicarsi alle opere pacifiche del lavoro, e ciò anche quando vedevamo che la smobilitazione dei partigiani veniva fatta in modo sbagliato, in modo che favoriva la formazione di gruppi di sbandati, abbandonati a se stessi senza appoggio alcuno, e quindi destinati a cadere preda di riprovevoli tendenze all’uso della violenza a danno di altri cittadini?
Ma perché, se i fatti che si ripetono in queste zone sono gravi e giustamente preoccupano tutti i cittadini, di qualsiasi tendenza politica, invece di farne oggetto di stupide calunnie e campagne contro i comunisti, tutti i partiti non si uniscono – come al tempo in cui esistevano i Comitati di liberazione – per indagare insieme sulla situazione, trovare tutti assieme il bandolo della matassa e studiare le misure indispensabili per modificare le cose?
L’impressione che noi abbiamo è che non si voglia far questo perché vi è chi espressamente si vuol servire di questi fatti criminali per farne oggetto di speculazione politica. La cosa si presta a molte considerazioni, prima di tutto sulla lamentevole bassezza a cui viene ridotto il tono della vita politica. Voi tutti sapete, per esempio, che la regione dove ha luogo maggior numero di atti di banditismo è la Sicilia. Che abbiam detto di ciò noi comunisti? Abbiamo forse detto che la colpa del banditismo siciliano risale alla Democrazia cristiana, che in quella regione è il partito più forte? No! abbiamo detto che il banditismo siciliano è un fenomeno grave, e che tutti dobbiamo unirci e combattere assieme per farlo sparire. A proposito dell’Emilia si è fatto l’opposto; e sono proprio i democristiani i primi a servirsi dei delitti per scatenare una campagna proprio contro di noi.
La realtà è che i delitti che oggi macchiano alcune zone emiliane sono senza dubbio dovuti a elementi squilibrati e sbandati, non legati a nessun partito politico, ma dietro di essi è molto verosimile che si trovi la mano e l’intenzione di chi si serve del delitto a scopo di provocazione politica.
Una volta, prima del fascismo, questo metodo non era conosciuto nel nostro paese. Ora abbiamo avuto, in piccolo, il caso tipico di provocazione politica del cosiddetto “manifesto di Ferentino”, sconcio documento compilato da preti e da democristiani e poi diffuso in tutta Italia come se fosse stato scritto dai partiti di sinistra. Molto più in grande, si ricordi l’esempio dell’incendio del Reichstag, a Berlino, al momento della presa del potere da parte di Hitler. I capi hitleriani hanno ora confessato, al processo di Norimberga, che erano stati loro a organizzare quel delitto per poterne poi dare la colpa ai comunisti e condurre contro questi una campagna sanguinosa in tutta la Germania. La provocazione è il metodo preferito dai gruppi reazionari senza scrupoli e dal fascismo, i quali ricorrono a questo metodo quando si vedono battuti sul terreno democratico. Purtroppo, si servono di questo metodo anche certi organismi, non precisamente di propaganda, che penetrati nel nostro paese al seguito degli eserciti alleati liberatori, vi hanno messo troppo profonde radici e spesso reclutano o trascinano dietro a sé gente che non sa rinunciare ai metodi della provocazione.
L’obiettivo della provocazione, in questo caso, è molto chiaro. Prima di tutto, si vuol gettare il discredito e il fango, oltre che sul Partito comunista, sul movimento partigiano. E allora si capisce benissimo da che parte viene il colpo: viene dalla parte di coloro contro i quali i partigiani hanno combattuto, in nome dei più alti ideali, per la libertà e l’indipendenza nazionale. Che nel movimento partigiano potessero esservi delle scorie, nessuno lo negherà; al di sopra di tutto però rimane che i partigiani hanno salvato l’onore d’Italia, che era stato trascinato nel fango dai criminali fascisti.
Finita la lotta, all’appello dei partiti in cui hanno fiducia, i partigiani hanno deposto e consegnato le armi. Questo è un fatto, anche se qualcuno fa mostra di non crederci. Del resto, se non ci si crede, ciò non è sempre male, perché serve, se non altro, come un freno alla reazione. Se nel mese di giugno, dopo il referendum, non si fosse creduto che i partigiani erano armati e pronti a rintuzzare ogni tentativo di rivolta antidemocratica dei monarchici, forse questa rivolta ci sarebbe stata![3] abbiamo dunque il dovere di difendere il movimento partigiano da tutte le calunnie e da tutti i calunniatori, ristabilendo, sui delitti dell’Emilia, la verità.
Ma un altro obiettivo è quello di screditare tutta l’Emilia, come tale, di fronte al resto d’Italia, facendola apparire, perché democratica e comunista, come terra di banditi, come paese “che non è e non fu mai senza guerra”.
Il nostro partito provvederà dunque, d’accordo con gli altri partiti democratici se questi vorranno e altrimenti da solo, a raccogliere e rendere pubblici in sede opportuna gli elementi di fatto necessari a ristabilire la verità. Qui però mi interessa l’aspetto più largamente nazionale della questione. Le province emiliane, infatti, hanno una loro parola da dire circa le questioni della ricostruzione economica del paese, e precisamente in prima linea per quello che riguarda la ricostruzione dell’agricoltura. Lasciar diffamare e isolare l’Emilia come fosse terra di banditi, sarebbe impedirle di dire questa parola, la quale invece può essere tra quelle che hanno un peso decisivo per tutta la nazione.
Che cosa occorre oggi alla nostra agricoltura, e quale parte assegniamo noi ad essa in quel “nuovo corso” di politica economica che rivendichiamo come formula e programma comprensivo delle misure necessarie a far sì che la ricostruzione sia rapida e sicura, si compia nell’interesse di tutta la nazione e porti a un vero rinnovamento della vita nazionale? Occorre, soprattutto, accrescere la produttività delle nostre terre, il che è cosa possibile e necessaria. Ciò sarà la conseguenza di misure le quali accelerino il progresso tecnico nelle campagne, sviluppando le opere di irrigazione e di bonifica e trasformando razionalmente le culture secondo un piano generale dettato da un interesse comune permanente e non da interessi transitori di speculazione privata. Ciò però non potrà compiersi se non attraverso un movimento che abbia l’appoggio delle grandi masse dei lavoratori della campagna e dei coltivatori. È necessario quindi che la ricostruzione agricola si traduca in pari tempo in un miglioramento delle condizioni dei lavoratori agricoli di tutte le categorie, in un alleggerimento decisivo dei pesi che gravano sulla terra, tra cui è da mettere in prima linea il peso della rendita fondiaria. La lotta per la eliminazione del latifondo e della rimanente grande proprietà fondiaria assenteistica, la revisione a favore dei lavoratori di tutti i contratti agrari e la protezione della piccola e media proprietà coltivatrice, si devono armonicamente unire in una grande azione economica progressiva, che faccia fare all’agricoltura moderna italiana un nuovo grande balzo in avanti, nell’interesse di tutta la nazione.
Ma chi sarà il protagonista di questa azione? Nel passato, ho già detto, protagonisti del progresso dell’agricoltura in Emilia furono, sotto la spinta della massa dei braccianti, i nuovi gruppi di capitalisti agrari. Sotto il fascismo questi gruppi, liberatisi con la violenza da quello stimolo che li aveva fatti progredire, non sono più andati avanti, anzi, in parecchi casi hanno fatto compiere dei passi indietro alla coltivazione. Basta vedere quello che è avvenuto sotto il fascismo nelle grandi aziende capitalistiche costituite con le terre delle Opere pie, o con le terre rubate alle cooperative agricole di lavoro. Lo spezzettamento di queste grandi aziende o il loro ritorno a gestioni cooperative, ha già dato e darà un netto aumento della produzione. Animatori del progresso agricolo, protagonisti dell’azione politica ed economica destinata a provocarlo, saranno oggi gruppi sociali nuovi, e precisamente, da un lato le masse dei braccianti organizzati, i quali già pongono con urgenza la questione del passaggio a forme di economia associata, dall’altro lato le masse dei mezzadri, dei fittavoli, dei piccoli e medi coltivatori che tendono a liberare la loro terra dai pesi eccessivi che gravano sopra di essa, e che essi pure incominciano a comprendere la necessità e le forme di una associazione dei loro sforzi per il miglioramento della agricoltura.
Poste così le questioni, è facile scorgere il profondo significato progressivo dell’agitazione impostata e condotta dai mezzadri di tendenza comunista, per una nuova ripartizione, a favore del mezzadro, dei prodotti del podere. Questo non è stato compreso dai liberali, quantunque la rivendicazione dei mezzadri non andasse a favore di una categoria di proletari, ma piuttosto di imprenditori agricoli; e non è stato compreso appieno nemmeno dai democratici cristiani, troppo solleciti sempre della difesa degli interessi della grande proprietà fondiaria. Si è persino creata, per impressionare le categorie del ceto medio cittadino, la figura del mezzadro che indebitamente si arricchisce ai danni della collettività. Ma anche qui, i fatti e le cifre disperdono la menzogna. Le zone della agitazione mezzadrile sono zone di progresso agricolo nell’interesse di tutto il paese. Queste zone davano all’ammasso, tra il 1941 e il 1945, 8 milioni e 200.000 quintali di grano in media all’anno; quest’anno hanno dato 10.400.000 quintali, con un aumento del 26 per cento. Le altre zone, che davano in media 16.400.000 quintali all’anno, hanno dato quest’anno solo dieci milioni di quintali, con una diminuzione del 39 per cento. Vi è stato nel primo caso un aumento, nel secondo caso una diminuzione, il che dimostra quanto sian false le leggende sull’“egoismo” dei mezzadri e quanto sia vero, invece, che la liberazione della terra e del coltivatore dal peso eccessivo della rendita fondiaria vada a beneficio della collettività.
La nostra posizione e agitazione a favore dei mezzadri è anche servita a battere in breccia e distruggere un’altra leggenda, secondo la quale noi vorremmo ridurre tutti i lavoratori della terra alla posizione di salariati, di braccianti. Le esagerazioni e gli errori che in questo senso vi sono stati nel passato movimento socialista, noi li abbiamo radicalmente corretti. Conosciamo e appoggiamo la tendenza dei braccianti a forme di economia agricola associata, da realizzarsi con l’estensione di cooperative di lavoro, sulle terre che oggi appartengono alla grande proprietà. Ma il piccolo e medio coltivatore non deve per nulla sentirsi minacciato da questo movimento, in cui, anzi, può e deve trovare degli alleati. Anche il piccolo e medio coltivatore diretto deve trovare la strada di forme di economia associata le quali accrescano il rendimento della sua azienda e quindi aumentino il suo benessere; ma è una strada diversa, e che non può né deve tendere alla distruzione della piccola e media proprietà coltivatrice.
Compito delle organizzazioni dei lavoratori della campagna delle diverse categorie, è quello di organizzare e orientare l’azione rinnovatrice di tutte queste categorie, armonizzando i loro sforzi ed evitando che esse si urtino tra di loro. Quello che noi vogliamo è l’unità dei lavoratori dell’agricoltura organizzati; l’unità dei braccianti con i mezzadri e con i piccoli e medi proprietari, nell’interesse del progresso che tutta la campagna italiana deve fare verso un più alto rendimento del lavoro e della terra, verso la eliminazione della grande proprietà, verso la riduzione decisiva dei pesi che gravano sui coltivatori e ne ostacolano l’opera. Secondo questa formula di unità l’Emilia deve organizzare le proprie forze di regione agricola avanzata, e dare un esempio a tutte le altre regioni italiane, ponendosi alla loro avanguardia.
Rinnovare la nostra economia agricola è parte essenziale del rinnovamento economico e politico del nostro paese, e significa fornire la prima base materiale per il progresso economico di tutti i gruppi sociali, compresi quelli del cosiddetto ceto medio. Se lo sforzo rinnovatore che parte oggi dai nuclei politicamente e socialmente più avanzati dovesse per disgrazia fallire o essere ritardato, tutti ne soffriremmo, e il ceto medio anche di città forse ne soffrirebbe più di molti altri.
Né è possibile contrapporre a quest’opera di progresso alla testa della quale stanno la classe operaia e le altre classi lavoratrici, un sedicente “umanesimo” nel quale tutti i gruppi sociali dovrebbero scomparire sotto una edulcorata fraseologia da filosofastri. Come avrebbero irriso a una concezione siffatta proprio quegli apostoli della prima predicazione socialista dei quali si vorrebbe invocare, contro di noi, il nome e l’autorità! Con quale assiduità e tenacia polemizzarono e lottarono dal principio alla fine i vecchi capi socialisti, contro la concezione astratta dell’uomo che veniva contrapposta a quella socialista dai difensori del vecchio ordinamento sociale. Quando essi andavano a predicare il vangelo socialista in queste campagne, l’accusa che li perseguitava era la stessa con la quale si vorrebbe perseguitare noi; era l’accusa di essere “materialisti”, di non vedere lo “spirito”, e quindi di non vedere tutto l’uomo. Ma essi sapevano e rispondevano che se si vuol fare davvero opera di redenzione umana, e non di un individuo isolato, ma di masse intiere di lavoratori, bisogna partire dall’uomo com’esso è, cioè dalle condizioni reali della sua esistenza e del suo lavoro, allo scopo di trasformarle radicalmente. Se si fossero lasciati incantare dalle prediche degli “umanisti”, questi uomini non sarebbero stati capaci di dar vita a quel grandioso movimento che già ho ricordato, e attraverso il quale, conquistandosi un pane e una vita un po’ più degna di essere vissuta, milioni di lavoratori si sono aperta la strada anche al fiorire di una loro più elevata esistenza spirituale.
Dal giorno che il capitalismo, nelle città e nelle campagne, ha dato una comune coscienza a milioni di lavoratori spingendoli a rivendicare un mondo nel quale il lavoro sia emancipato da ogni sfruttamento e da ogni schiavitù, da quel giorno non vi è formula e azione possibile di redenzione umana se non nel soddisfacimento di questa rivendicazione. Tutte le altre formule sono superate. Il solo umanesimo che oggi possa esistere con un fondamento logico e coerente, è umanesimo socialista, per il quale la redenzione e il progresso dell’umanità sono legati alla trasformazione dei rapporti sociali nel nome della libertà, della giustizia, della solidarietà delle forze del lavoro. Tanto come gruppi sociali interessati a un miglioramento decisivo delle loro condizioni di esistenza, quanto come gruppi di uomini aspiranti al progresso nella libertà e nella giustizia, i ceti medi sia di campagna che di città hanno il loro posto nel fronte delle forze del lavoro che avanzano per rinnovare tutta la società.
E voi lavoratori, voi operai che già marciate per questa strada, se volete che questa unità di gruppi intermedi insieme con voi venga rapidamente a rafforzare tutta la nostra azione democratica e socialista rinnovatrice, voi avete un duplice dovere. Il primo è di essere uniti voi stessi, il secondo è di rafforzare sempre più quel nucleo più deciso e più disciplinato di combattenti per la causa del lavoro, che si raccoglie nel Partito comunista. Vedete da quante parti viene l’attacco reazionario per mantenere la divisione e seminare la discordia tra socialisti e comunisti! Sembra che quando socialisti e comunisti decidono di essere uniti e procedere d’accordo nel loro lavoro, essi commettano un delitto non so se di lesa libertà o di lesa giustizia, certamente di lesa reazione. Ma due partiti borghesi conservatori, come quello liberale e quello “democratico italiano”, non hanno dunque deciso poco fa di fondersi in un solo e unico partito, senza che a nessuno di noi venisse neppure in mente di fiatare? I nostri interessi li conosciamo noi, e il primo e principale di essi, come ormai sa la grande maggioranza dei lavoratori tanto socialisti quanto comunisti, è di restare uniti per far fronte assieme ai nemici comuni e poter indicare a tutto il popolo il giusto cammino. Se qualche volta polemizziamo tra di noi, è solo per denunciare i nemici dell’unità e rendere quindi più agevole il realizzarla. Ma ciò sarà tanto più facile quanto più sarà forte e disciplinato quel partito che è più conseguentemente e decisamente unitario, che in modo più conseguente e più deciso combatte per gli interessi di tutti i lavoratori, per la ricostruzione d’Italia nell’interesse del popolo, per la libertà, per la giustizia, e per il socialismo. Questo partito è, il Partito comunista italiano. Di esso hanno bisogno non soltanto i lavoratori; di esso ha bisogno la nazione intiera.
Sì, cittadini, l’Italia ha bisogno che sia sempre più forte, che metta radici sempre più profonde in tutte le regioni e in tutti gli strati della popolazione un partito come il nostro, che non si ispira a interessi egoistici particolari, ma agli interessi e alle aspirazioni di tutti i gruppi di cittadini che vivono del loro lavoro. Questo permette al Partito comunista di incorporare nella sua politica le aspirazioni di tutti gli italiani, i quali vogliono una patria veramente rinnovata, vogliono essere garantiti che non si ricadrà mai più sotto il giogo di una tirannide come quella fascista,. vogliono essere sicuri che l’interesse di avidi gruppi plutocratici non potrà mai più prevalere su quello della collettività.
Allargate quindi sempre più le file del Partito comunista; accogliete in esso non solo coloro che hanno una legittima rivendicazione economica da soddisfare, ma coloro che vogliono soddisfare l’aspirazione ideale a un rinnovamento di tutta la nostra vita.
Sulla nostra bandiera sono scritte tutte le libertà, meno quella di ingannare il popolo.
Nel nostro programma vi è la difesa conseguente degli interessi di tutti i lavoratori e delle aspirazioni di tutta la nazione.
L’attività nostra è attività liberatrice di tutti gli uomini che vivono di lavoro dalle catene di ogni schiavitù.
Nostri nemici sono soltanto coloro che calpestano gli interessi dei lavoratori e i diritti del popolo, che nuocciono alla causa della democrazia e della nazione italiana.
Diventi dunque l’Emilia sempre più rossa, sempre più democratica, sempre più comunista e socialista. Nulla ha da temere l’Italia dai lavoratori di questa regione; molto hanno da imparare da essi i lavoratori di tutto il resto del paese.
Create qui, in queste zone più avanzate, quella unità di tutte le energie del lavoro che sarà base della redenzione, del rinnovamento della nostra patria.
